America de gallos y pelea

Soy la fotografía de un desaparecido
La sangre dentro de tus venas
Soy un pedazo de tierra que vale la pena […]

Soy lo que sostiene mi bandera
La espina dorsal del planeta, es mi cordillera
Soy lo que me enseñó mi padre
El que no quiere a su patria, no quiere a su madre
Soy América Latina, un pueblo sin piernas, pero que camina
¡Oye!

Latinoamérica
Calle 13

“En esta arena combaten duramente y hasta el último fino suspiro, nuestras pasiones. No es solo una estúpida lucha, es algo que representa nuestro pasado, nuestra cultura. Una forma de vida”.

Hugo Razuri, juez histórico del Rosedal, un campo de pelea de gallos, habla con voz alta y solemne, no hace gesto alguno, y me mira sin sorreir mientras me habla de la pasión que mueve su trabajo. “Ahora me dedico exclusivamente a esto, es algo que no puedes entender si no lo vives desde adentro”.

La pelea de gallos es una actividad muy cruel que, de Cuba para abajo, es muy seguida por los apasionados, un folclore con reglas y códigos, algunas  veces secretos y clandestinos. Algunos documentos históricos, nos dicen que se trata de un práctica muy antigua. Se cree que ya en la antigua Persia del 4000 a.C., la figura del gallo tenía un significado de culto religioso y que era uno de los pasatiempos de esta civilización (3300 a.C.-1500 a.C.).

Algo que en Europa no “tenemos en la sangre” como dice, con sus 60 años, el juez y celebridad en el extraño mundo de crianza de gallos de pelea. En algunos países, este deporte popular, todavía es difundido y apasiona sobre todo a los apostadores, quienes invierten su propio dinero en uno de los dos gallos. La pelea llega a su fin cuando las heridas dejan aturdido o muerto a uno de los dos gallos.

 

Cuando los gallos cumplen el año de edad, se les corta la cresta y las espuelas, debido a la vulnerabilidad de estas partes durante el combate. Hugo, dice que las espuelas deben dejar el lugar a las “picos”,  pequeñas navajas que se atan a la pata izquierda. Puede ser este un detalle que acentúa la crueldad de los hombres hacia esta raza desafortunada pero Hugo aclara: “con esta arma, los golpes son casi siempre mortales, llevados con precisión a la garganta o bajo el ala. Sin ‘pico’ o ‘navaja’ pelearían  continuamente incluso por horas hasta desangrarse.

Camino en silencio en este ruidoso circo hecho de gestos y sangre. “Blanco, no azúl, 10”, se escucha entre voces confusas en lo alto de las gradas del anfiteatro. Pienso que el gallo de pelea es en parte como el símbolo de esta polvorienta y frenética tarde en Lima. La cerveza va y viene y las tenues luces del local trasmiten esa adrenalina con sabor a America. Un aroma de sur y resistencia.

Observo mientras reflexiono sobre el tiempo pasado aquí en la ciudad, entre los andes y el Pacifico. Aún no sé cuál es la forma correcta de contar el Perú. Ya son 5 años que lo intento, y observando desde el lente de mi cámara fotográfica, encuadro el rostro enredado de un señor elegante de bigotes poblados. Es esta la forma de este país. 

América y sur, como se escribe? Como se puede contar esta tierra? Probablemente creyendo en ella, con pasión y rabia. Algunos amigos me decían que uno se puede enfermar de América Latina, no tomé en serio su consejo.


foto_Riccardo Specchia©
VERSIÓN IN ITALIANO
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America de gallos y pelea

Soy la fotografía de un desaparecido
La sangre dentro de tus venas
Soy un pedazo de tierra que vale la pena […]

Soy lo que sostiene mi bandera
La espina dorsal del planeta, es mi cordillera
Soy lo que me enseñó mi padre
El que no quiere a su patria, no quiere a su madre
Soy América Latina, un pueblo sin piernas, pero que camina
¡Oye!

Latinoamérica
Calle 13

“In questa arena si battono duramente e fino all’ultimo respiro, le nostre passioni. Non è solo una stupida lotta, è qualcosa che rappresenta il nostro passato, la nostra cultura. Una forma di vita”.

Ugo Razuri, giudice storico del Rosedal, un’arena di lotta tra galli, parla a voce alta e solenne, non fa alcun gesto, e ti guarda senza sorridere nel raccontare la passione che muove questo suo lavoro. “Mi dedico solo a questo ormai, è qualcosa che non puoi capire finché non la vivi da dentro”.

Il combattimento di galli è un’attività molto cruenta che, da Cuba in giù, ha un grande seguito tra gli appassionati, un folklore con le sue regole e i suoi codici a volte segreti e clandestini. Alcune documentazioni storiche, fanno risalire questa lotta a moltissimi anni fa. Si pensa che già nell’antica Persia del 4000 a.C., la figura del gallo avesse un significato di culto religioso e che fosse uno dei passatempi della civiltà nella valle dell’Indo (3300 a.C.-1500 a.C.).

Qualcosa che in Europa non “abbiamo nel sangue” come dice il 60 enne giudice e celebrità nello strano mondo dell’allevamento di galli da combattimento. In alcuni paesi, questo sport popolare, è ancora diffuso ed appassiona soprattutto gli scommettitori, che investono i propri soldi su uno dei due galli. Il combattimento ha termine quando le ferite riportate sono tali da lasciare tramortito o morto il gallo perdente.

 

Quando i galli raggiungono l’anno di età gli si tagliano cresta e speroni, dovuto alla vulnerabilità di tali parti nel combattimento. Ugo, dice che gli speroni devono lasciare il posto al ‘pico’ o alla ‘navaja’ piccole falci affilate che si legano alla zampa sinistra. Può sembrare un particolare che accentua la crudeltà degli uomini verso questa povera razza sfortunata ma Ugo chiarisce subito: “con quest’arma, i colpi sono quasi sempre mortali, portati con precisione alla gola o sotto l’ala. Senza ‘pico’ o ‘navaja’ si colpirebbero continuamente anche per ore, fino a dissanguarsi.

Mi aggiro in silenzio in questa bolgia rumorosa fatta di gesti e sangue. “Bianco, no azúl, 10”, si ascolta dalle voci confuse nei gradini in alto dell’arena. Penso che il gallo da pelea è un po’ come il simbolo di questo polveroso e frenetico pomeriggio a Lima. La birra scorre a fiumi e le luci soffuse del locale trasmettono quell’adrenalina che ha il sapore di America. Un aroma di sud e resistenza.

Resto a guardare e rifletto un po’ sul tempo passato qui nella città tra le Ande e il Pacifico. Non so quale sia la maniera giusta di raccontare il Perù. Sono ormai 5 anni che provo a farlo e, strizzando l’occhio sulla mia macchina fotografica, inquadro il viso contorto di un signore elegante dai baffi folti. Eccola, la forma di questo paese.

America e sud, come si scrive? Come si può raccontare questa terra? Forse credendo in lei, con passione e rabbia. Alcuni amici mi dicevano che ci si può ammalare di America Latina, non presi sul serio il loro consiglio.


foto_Riccardo Specchia©
VERSIÓN EN ESPAÑOL

Umanità in viaggio

UMANITÀ IN VIAGGIO è una docu-serie di RSInews e in questi giorni, ospita una storia che seguo da tempo, quella degli Shipibo-Conibo a Cantagallo: una comunità nativa della selva amazzonica che abbandona il suo habitat naturale inseguendo nostalgicamente il miraggio di una vita nella metropoli, la spietata Lima.

Una collaborazione molto bella con l’amico e gran professionista Ruben Lagattolla, che arrivato in Perù per un lavoro nel VRAEM, ha scoperto, in una semplice chiacchierata per le vie di Lima, che questa storia doveva far parte di un mosaico dedicato a tribù e popoli migranti.

La storia riportata racconta di una tribù proveniente dalla foresta amazzonica che, richiamata dal mondo globalizzato, ha deciso di abbandonare la Selva per trasferirsi nella periferia di Lima. Un vero sacrificio delle proprie vite per offrire un futuro migliore ai propri figli. Un fenomeno che in scala ridotta conosciamo bene anche noi.E’ una storia di umanità, ma anche una storia che inizia a preoccuparsi dell’ambiente. La fuga dalle campagne non è dovuta soltanto a un semplice richiamo del mondo globalizzato, ma è anche una migrazione obbligata per molti. Un abbandono di campagne che non sono abbastanza redditizie, che vengono vendute poi ai grandi proprietari terrieri per la produzione per la grande distribuzione.

[…] Come il cigno di Baudelaire, “come gli esiliati, ridicoli e sublimi,
e corrosi da un desiderio senza tregua”, si aggirano per questo fetido slum sperando in un futuro migliore.

E’ una storia a cui tengo particolarmente perché è il frutto di una bellissima collaborazione con un altro grandissimo umano in viaggio, Riccardo Specchia autore di “La finestra andina…”.

Ruben Lagattolla

Vilma legge e canta il famoso KENÉ che sta ricamando. Una foresta ormai lontana quella degli Shipibo di Campoy (distretto all’estrema periferia di Lima). Un rincorrere continuo le burocrazie istituzionali e il politico di turno che promette e non mantiene. La loro storia aveva tutti i presupposti per un finale felice. Arrivarono dalla selva senza disperdersi nell’enorme città. Un gruppo compatto che ha provato a vivere nelle barriadas, aspettando e rincorrendo un destino più felice. Gli Shipibo-Conibo hanno abbandonato Pucallpa, nella Selva peruviana, per offrire un futuro ai loro figli. Educazione era la parola d’ordine, “…solo così possiamo migliorare da questa condizione”, dice un po’ sconsolata la dolce Vilma.

Passano molti anni, così tanti che il responsabile dei rapporti con le istituzioni: Cesar Tananta Vasquez, quasi più non ricorda quando tutto iniziò. Ci parla infatti di Shipibo che ormai lavorano in fabbrica, mettono su famiglia e prendono in affitto un’umida stanzetta chissà dove.

Passano anni e la tremenda sensazione che ho accolto come un pugno nello stomaco, dopo averli seguiti per tutto questo tempo, è che si sono dispersi. L’agglomerato di barriadas di Cantagallo, da dove nascevano innumerevoli progetti di riqualificazione e reintegrazione urbana, è andato in fumo con il famoso incendio che colpì questa comunità ormai due anni fa.

Si sono dispersi, dunque, e fa male solo pensarlo. Cesar prova a tirare le fila di questa disgrazia e ci dice che si sta parlando con le istituzioni che rimandano, rimandano, rimandano… Rimandano a data da destinarsi.

Si sono dispersi, dunque, diventando ormai… UMANITÀ IN VIAGGIO.

LINK RSI VIDEO

“Il viaggio dell’eroe”

Un eroe è un normale essere umano che fa la migliore delle cose nella peggiore delle circostanze.

Joseph Campbell

Condivido con voi un bel momento, una fase importante nel mio percorso, nella mia lunga strada sudamericana. Da pochi giorni si è concluso un progetto molto importante per me, nato da alcune mie idee e plasmato grazie alla collaborazione, disponibilità e ‘fratellanza’ di amici e produttori attenti, sempre indaffarati nel trovare una possibilità.

Tutto è nato da una cena, qualche buona bottiglia di vino e molte idee messe sul tavolo, rovesciate dal cassetto dei sogni dei tempi lavorativi in Italia. Cynthia e Pablo, uno staff di otto persone appassionate e una magica riunione con Willy da cui ha preso forma questa bella avventura audiovisiva.

“El viaje del Héroe” nasce così, in 7 mesi.

Abbiamo letteralmente “perso la bussola” per tutta la durata delle riprese, viaggiando in orari impossibili al nord/sud/ovest/est, del magico Perù. Camere, microfoni, luci, trucco e parrucco d’assalto, data la frequenza degli spostamenti. Ci siamo voluti bene, poi “odiati” e poi di nuovo voluti bene. Abbiamo girato sei documentari che hanno preso forma anche un po’ nel cammino, date le innumerevoli richieste che incessanti, arrivavano dai finanziatori. Ce l’abbiamo fatta alla fine e ne siamo orgogliosi perché non è stato facile e perché, nonostante tutto, abbiamo portato a casa (Lima), questo docureality basato sull’esperienza, su luoghi mistici nella terra che mi ospita ormai da 4 anni e su persone eccezionali conosciute nel cammino (dei veri e propri maestri: Roger, Benita, Saúl, Arturo, Eduardo, Alfredo e molti altri).

Una bella collaborazione con l’istituzione turistica e culturale più conosciuta del paese (PROMPERÚ) che ha creduto in noi e ci ha messo alla prova.

Pubblicherò le 6 avventure anche in questo spazio, dunque, e in ordine di uscita dei capitoli. Un’occasione, più che mai unica, per arricchire orgogliosamente questo mio diario di bordo. Un luogo virtuale che da tempo ha raggiunto la maturità e che pian piano è diventato un riferimento, un approdo per molti nuovi amici che hanno letto e cercato, tra le righe del mio lungo cammino, una nuova avventura.

A voi tutti, grazie!

PromPerú

Green Octopus Design

Y Tú Qué Planes

Willy, Luisa, Yanira, Giancarlo, Cristina, Flavia, Oscar, Pablo, Renzo, Manu.

photoboard 5º capitolo_RiccardoSpecchia

Para ver el video completo: https://ytuqueplanes.com/elviajedelheroe/

photoboard 3º capitolo_RiccardoSpecchia

Para ver el video completo: https://ytuqueplanes.com/elviajedelheroe/

phtoboard 2º capitolo_RiccardoSpecchia

Per vedere il capitolo completo vai sul sito: https://ytuqueplanes.com/elviajedelheroe/

phtoboard 1º capitolo_RiccardoSpecchia

Per vedere il capitolo completo vai sul sito: https://ytuqueplanes.com/elviajedelheroe/
VERSIÓN EN ESPAÑOL
foto_Riccardo Specchia ©

“El Viaje del Héroe”

      Un héroe es un ser humano normal que hace la mejor de las cosas en la peor de las condiciones.

Joseph Campbell

Comparto con ustedes un bonito momento, una fase importante de mi recorrido por este largo camino sudamericano. Hace unos días concluímos un proyecto muy importante, que surgió en base a algunas ideas y fue plasmado gracias a la colaboración, disponibilidad y ‘hermandad’ de amigos y productores siempre atentos a encontrar nuevas oportunidades.

Todo nació durante una cena, entre botellas de vino y muchas ideas puestas sobre la mesa, algunas a partir de sueños y proyectos que tenía desde tiempos laborales en Italia. Cynthia, Pablo y un equipo de 8 personas apasionadas, nos juntamos en una mágica reunión con Willy, en la cual tomó forma esta hermosa aventura audiovisual.

Así nació “El viaje del Héroe”, en 7 meses

Durante las grabaciones perdimos literalmente el sentido del espacio y del tiempo, viajando en horarios imposibles hacia el norte/sur/este/oeste del mágico Perú. Cámaras, micrófonos, luces y maquillaje “de batalla”, debido a la frecuencia de los viajes. Nos amamos, nos odiamos y nos volvimos a amar. Rodamos 6 documentales que terminaron de tomar forma en el camino, por las constantes solicitudes que recibíamos. Pero al fin y al cabo lo logramos y estamos orgullosos de ello porque no fue fácil, porque a pesar de las dificultades, trajimos a casa (Lima) este docureality basado en la experiencia, en lugares místicos de la tierra que me acoge ya desde hace 4 años y de personas excepcionales encontradas en el camino (verdaderos maestros: Roger, Benita, Saúl, Arturo, Eduardo, Alfredo y muchos más).

Una excelente colaboración con la institución turística y cultural más conocida del país (PROMPERÚ) que creyó en nosotros y nos puso a la prueba.

Poco a poco iré publicando las 6 aventuras en este espacio, en orden de estreno de los capítulos. Una ocasión, más que nunca, única para enriquecer orgullosamente este diario de a bordo. Un lugar virtual que desde hace ya un buen tiempo llegó a su madurez y que se ha convertido en un punto de referencia para nuevos amigos que leen y buscan entre las líneas de mi largo camino, una nueva aventura.

A todos ustedes ¡gracias!

PromPerú

Green Octopus Design

Y Tú Qué Planes

Willy, Luisa, Yanira, Giancarlo, Cristina, Flavia, Oscar, Pablo, Renzo, Manu.

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Para ver el video completo: https://ytuqueplanes.com/elviajedelheroe/

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Para ver el video completo: https://ytuqueplanes.com/elviajedelheroe/

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Para ver el video completo: https://ytuqueplanes.com/elviajedelheroe/

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Para ver el video completo: https://ytuqueplanes.com/elviajedelheroe/
VERSIONE IN ITALIANO
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HUARAZ: CORDILLERA BLANCA Y CULTURA DE ESTRELLAS, LOS CHAVÍN

“Queequeg era nativo de Rokovoko, una isla muy lejana hacia el oeste y el sur. No está marcada en ningún mapa: los sitios de verdad no lo están nunca”.

Herman Melville

Es difícil describir con palabras las vibraciones que te toman de sorpresa cuando sabes que estás por emprender un viaje en estas tierras lejanas.

¡Viajar por el Perú es siempre una aventura!

Hace ya un buen tiempo que no organizaba una “expedición” para descubrir otro de los insólitos rincones de este fascinante país.

El trabajo, y Lima, te secuestran y te hacen creer que son todo lo que necesitas. ¡No es así, nunca nos atraparán! – Digo convencido a Luisa, mi compañera de viaje que ya conocen bien -. Así, juntos, buscamos una nueva meta. Hay muchas por explorar aquí en Perú. La idea, como siempre, es conocer un poco más sobre las diferentes culturas pre-incas que se desarrollaron en todo el territorio. Las mismas que los Incas supieron unir para dar lugar al más grande y próspero imperio de Sudamérica: el Tahuantinsuyo.

Nos dirigimos hacia el norte, una ruta que prácticamente hemos recorrido en su totalidad. Luisa, me cuenta algunos recuerdos de infancia acerca de un viaje en el que descubrió una cultura sorprendente que vivía en las montañas del norte de Lima en la región de Ancash; la fascinante cultura Chavín, a la cual se llega desde una ciudad llamada Huaraz. No lo pensamos dos veces, y tomamos un bus que en 7 horas de viaje nocturno nos dejó en Huaraz.

Llegamos a las 6 de la mañana, como siempre un poco mareados por la altura (3.052 m.s.n.m.) y las peligrosas curvas de la ruta. Nos hospedamos en el primer hotel que encontramos a dos pasos de la Plaza de Armas. Sabemos que una cama y una ducha caliente serán lo único que necesitaremos al regresar de las excursiones que tenemos planeadas. Un sustancioso caldo de gallina como desayuno para tomar energías y partimos! 3 horas de viaje recorriendo los caminos más recónditos hasta llegar al pueblo de Chavín.

La cultura chavín o cultura de Chavín es una cultura arqueológica del Antiguo Perú que se desarrolló durante el Horizonte Temprano.​ Tuvo su centro de desarrollo en la ciudad de Chavín de Huántar, que está ubicada a 2 km de la confluencia de los ríos Huacheksa y Mosna, en la cuenca alta del río Marañón (en el actual departamento de Áncash).​ Oro chavín.

Tradicionalmente, el desarrollo histórico de Chavín se considera como un «horizonte cultural» debido a sus influencias artísticas y religiosas presentes en otras culturas contemporáneas a ella. Gran parte de aquel desarrollo histórico corresponde al Periodo Formativo específicamente al Formativo Medio y al Formativo Superior que tiene como características la intensificación del culto religioso, la aparición de la cerámica estrechamente relacionada a los centros ceremoniales, la intensificación del cultivo del maíz y la papa, el perfeccionamiento de las técnicas agrícolas y el desarrollo de la metalurgia y la textilería.

El pueblo chavín fue al parecer politeísta y adoró a dioses terroríficos. Según Julio C. Tello, la religión chavín habría tenido influencia amazónica, ya que sus esculturas muestran seres sobrenaturales, con rasgos felínicos como del jaguar o puma, caimanes, serpientes y diversas aves andinas como el cóndor y el halcón, o amazónicas como el águila harpía y la anaconda. El culto chavín se estimuló debido al progreso técnico alcanzado en la producción agrícola, en el desarrollo textil, en la pesquería (uso de grandes redes de pesca), en la orfebrería y la metalurgia del cobre. Estos avances técnicos impulsaron el desarrollo económico y condujeron a la construcción de muchos centros ceremoniales.

El sitio sagrado de Chavín de Huántar fue indudablemente un punto central para los rituales religiosos. La vestimenta y la música tenían parte importante en las ceremonias. La religión chavín tuvo como cabeza principal a una casta sacerdotal; es probable que existiese la figura de un «gran sacerdote», como en la jerarquía religiosa incaica.

Estela de Raimondi

Una impresionante sensación nos acoge y acompaña durante toda la visita arqueológica. Las vísceras de esta tierra y las historias de nuestro gran guía (también maestro de rituales con San Pedro), nos llevan a imaginar la relación con los astros y la mitología conectada con esta increíble cultura.

Chavín, en una de sus versiones, significa “gente que viene de las estrellas”. De hecho, es muy sugestivo pensar en algunas anécdotas de esta cultura, las cuales nos dejan sorprendidos e incrédulos. Una de las más impresionantes es el hecho de que nadie, durante siglos de excavaciones, ha encontrado restos humanos o tumbas de esta civilización. Además, en muchas de sus representaciones sobre piedra hay claras señales y códigos dirigidos a la veneración y estudio de las estrellas como por ejemplo uno de los altares de sacrificios que evoca “las siete hermanas de Orión“. O la relación que tenían con el agua debido a los ríos que se cruzan marcando el perímetro del sitio arqueológico y las representaciones astrales presentes. Inevitable poner a la mente a soñar fantásticas historias…

Es difícil de describir, pero desde los primeros minutos de visita arqueológica a los laberínticos túneles subterráneos, se sienten energías potentes y la tranquilidad del lugar produce una sensación interior de un equilibrio formidable. Probablemente el de la cosmovisión que bien interpretaban los Chavín a través de sus rituales religiosos.

Altar de sacrificios con representación de las ”siete hermanas de Orión”

Portal con símbolos religiosos

Representación del sacerdote

“Lanzón monolítico” dios absoluto y sonriente. Símbolo y centro de equilibrio encontrado en uno de los tantos túneles subterráneos con forma di cruz cardenal.

“Cabeza clava” con rasgos antropomorfos y zoomorfos. Colocadas al externo de los muros del templo como guardián del mismo para alejar las almas y energías malignas.

Regresamos a Huaraz, satisfechos por esta fantástica aventura arqueológica. Pasamos la tarde dando vueltas por la ciudad y su mercado, parada fija de compras y nuevos descubrimientos gastronómicos. Se respira un aire armónico. La gente es muy amable y nos invita a probar todos sus productos en exhibición. Las cosas que más se producen en esta zona son los quesos y los cereales. Además se puede encontrar una gran cantidad de yerbas aromáticas y medicinales, traídas desde las montañas por robustas señoras con telas coloridas.

Nos encontramos en medio de danzas tradicionales bailadas por niños de la zona. Una de ellas es la Marinera Norteña, baile típico de la costa norte pero famoso en todo el PerúDisfrutamos este espectáculo con mucha atención y admiración por estos talentosos bailarines.

Nos vamos a dormir temprano. Al día siguiente hemos separado una excursión que pondrá a dura prueba nuestro físico: el trekking hacia la Laguna 69, un paraíso imperdible de esta estupefaciente región peruana. Salimos a las 5 de la mañana. Luisa y yo preparamos las provisiones de frutos secos, agua y las infaltables hojas de coca para sentir menos el cansancio que nos espera.

El guía nos asusta desde el principio. Dice que no es una excursión fácil considerando el aire menos denso y el mal de altura o “soroche”. La caminata desde la entrada a la reserva nacional del Huascarán – en plena cordillera Bianca – debe durar 3 horas. Esto quiere decir que en máximo tres horas debes llegar a la cima de la cordillera. De lo contrario -casi como en el espacio, pienso fantasticando -, empieza a oscurecer, las corrientes que se encuentran en todo el camino crecen y los cambios de temperatura te pueden jugar una mala pasada.

4.650 metros de altura, un gran valle con diferentes gamas de verde sumergido en un escenario fantástico. Una exploración constante trazada por un sendero blanco recorre todo el fluir de los riachuelos. Terminando el recorrido te recibe una cascada proveniente del nevado Chacraraju, alimentador constante de la laguna turqueza.  Si llegas en el tiempo establecido, te puedes quedar una hora a descansar. Los 60 minutos más bellos y catárticos de mi vida.

Laguna 69

En el camino de regreso, encuentro algunas de los tantas postales que el Perú me regala generosamente desde siempre. Se concluyen cuatro días de camino y descubrimientos. Antes de volver a la megalópolis, dejo este lugar maravilloso con la promesa de regresar para observar, durante la noche, la inmensa galaxia de la “vía láctea” que desde aquí, puedes casi recorrer con la mirada.

foto_Riccardo Specchia©

VERSIÓN EN ITALIANO

Huaraz: tra la cordigliera Bianca e la cultura delle stelle, i Chavín

Queequeg era nativo di Rokovoko, un’isola lontanissima all’Ovest e al Sud. Non è segnata in nessuna carta: i luoghi veri non lo sono mai.

 Herman Melville

È difficile descrivere le vibrazioni che ogni volta colgono di sorpresa il tuo spirito quando sai che stai per intraprendere un viaggio in queste terre lontane. Viaggiare in Perù è sempre un’avventura!

Era da molto che non riuscivo ad organizzare una “spedizione” alla scoperta degli angoli più insoliti di questo affascinante paese. Il lavoro e Lima, ti sequestrano e ti fanno credere che sono tutto ciò di cui hai bisogno. Non è così, non ci avranno mai! – Dico fermamente a Luisa, la mia grande compagna di viaggio che ormai conoscete bene -. Così, insieme, cerchiamo una meta nuova, ce ne sono tante inesplorate o difficili da raggiungere qui in Perù. L’idea è sempre quella, cercare di studiare le culture civilizzate pre-incaiche che hanno seminato competenze sparse in tutto il territorio. Le stesse competenze che l’impero del Tahuantinsuyo (Inca) ha poi saputo fondere nel più grande e prospero dominio del Sud America.

Ci dirigiamo a nord, una via che abbiamo quasi già percorso nella sua totalità. Luisa, però, mi racconta di alcuni suoi ricordi di bambina, un viaggio alla scoperta di una cultura sorprendente che abitava le montagne a nord di Lima nella regione di Ancash, raggiungibile da una cittadella di nome Huaraz. Mi parla dell’affascinante cultura pre-Inca dei Chavín. Non ci pensiamo due volte che già siamo sull’autobus e in circa 7 ore di viaggio notturno, ci ritroviamo a Huaraz.

Arriviamo alle 6 del mattino, come al solito un po’ liquefatti dalle spericolate curve del nostro autista e dall’altitudine sempre nemica da queste parti (3.052 metri sul livello del mare). Prendiamo il primo e più economico hotel a due passi dalla piazza principale, la comune Plaza de Armas. Sappiamo che un letto e una doccia calda sarà ciò di cui avremo bisogno quando le ore della notte ci vedranno tornare dalle escursioni che abbiamo in mente di fare. Una colazione andina, il tipico caldo de gallina, per rimettersi in sesto e via, in marcia per 3 ore nei sentieri più reconditi delle Ande verso il pueblo costruito attorno al mistico tempio della civiltà Chavín.

La cultura Chavín fu una civiltà che si sviluppò dal 900 a.C. al 200 a.C.. I Chavín risiedevano nella valle del Mosna, dove i fiumi Mosna e Huachecsa si incontrano. Questa zona si trova a 3.150 metri sopra il livello del mare. Il sito archeologico più famoso è Chavín de Huántar, si pensa che fosse stato costruito e reso operativo intorno al 900 a.C. e che fungesse come centro religioso di tutto il popolo. Lo stesso è stato classificato come un patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

Chavín de Huántar era un grande centro religioso importantissimo. I costumi e la musica erano parte fondamentale delle cerimonie; le incisioni del sito mostrano figure umane che indossano copricapi e adorni finemente elaborati. All’interno del tempio, nelle stanze vi sono diversi posti adibiti ad accendere fuochi con resti di cibo, di animali, e vasellame, la cui presenza suggerisce che il luogo era dedicato all’esecuzione di sacrifici.

La religione era, come in quasi tutto il nord del Perù, praticata attraverso l’uso di sostanze allucinogene. Molte sculture presenti nel sito archeologico, rappresentano la trasformazione di una testa umana in testa di giaguaro, serpente o falco.

Il popolo Chavín fu dunque politeista e adorava alcune divinità mostruose. Infatti, la loro religione sembra avere alcune influenze amazzoniche date le rappresentazioni animalesche presenti nel sito. La più importante rappresentazione divina si trova nella famosa riproduzione, all’ingresso del centro archeologico, denominata Estela de Raimondi: un basso rilievo monolitico che presenta una forma antropomorfa in posizione frontale e braccia estese sostenendo due bastoni cerimoniali (richiamando la forma del cactus allucinogeno). Si possono notare anche capelli a forma di serpenti e bocca di un felino, come una costante in tutte le rappresentazioni religiose di questa civiltà.

Estela de Raimondi

Un’impressionante sensazione ci accoglie e accompagna durante tutta la visita archeologica. Le viscere di questa terra e i racconti della nostra ottima guida (anche lui, secondo tradizione, maestro di rituali col famoso cactus San Pedro), ci portano a immaginare il rapporto con gli astri e la mitologia legata a questa incredibile cultura.

Chavín, in un linguaggio antico locale, viene tradotto come gente venuta dalle stelle. Infatti, è molto suggestivo pensare ad alcuni aneddoti che lasciano sorpresi e increduli, riguardanti la storia di questo popolo. Uno dei più impressionanti è il fatto che nessuno, nei molti scavi fatti durante secoli, ha mai trovato resti umani o tombe di questa civiltà. In molte delle loro rappresentazioni in pietra vi sono chiari segnali e codici rivolti alla venerazione e studio delle stelle come soprattutto l’altare dei sacrifici richiamante “le sette sorelle di Orione“. Il loro legame con l’acqua dovuto ai due fiumi che si incrociano marcando il perimetro del sito archeologico sul terreno e le rappresentazioni astrali presenti, portano la mente a sognare le fantastiche storie e i miti di Atlantide. È difficile descriverlo, ma sin dai primi minuti di visita archeologica e nei tunnel labirintici sotterranei, si avvertono energie molto potenti e la tranquillità del luogo produce una sensazione interiore di formidabile equilibrio. Forse, proprio quello della cosmo-visione che ben interpretava l’uomo Chavín attraverso i suoi rituali religiosi.

Altare dei sacrifici con rappresentazione delle” sette sorelle di Orione”

Mura del tempio interno

Portale con simboli religiosi

Rappresentazione del sacerdote

“El lanzón monolítico” il dio assoluto e sorridente secondo alcune versioni, simbolo e centro di equilibrio ritrovato in uno dei tanti tunnel sotterranei a forma di croce cardinale.

“Cabeza clava”, dai segni antropomorfi e zoomorfi. Collocate all’esterno delle mura del tempio come guardiane dello stesso per allontanare le anime e le energie maligne.

Ritorniamo a Huaraz, la nostra base, molto soddisfatti per questa bellissima avventura archeologica. Passiamo la sera a girovagare per la cittadella e il suo mercato centrale, tappa fissa di compere e nuove scoperte gastronomiche negli sperduti paesini delle Ande. Si respira un’aria armonica e fina da queste parti. La gente è molto affabile e ci invita ad assaggiare tutti i prodotti da loro in esposizione. Le due cose più lavorate e vendute da queste parti sono il formaggio, la birra e i cereali. Inoltre, puoi trovare una grandissima quantità di erbe aromatiche e medicinali, portate a valle dalle robuste signore della montagna con le loro tele coloratissime.

Ci imbattiamo anche in alcune danze estemporanee di alcuni talentuosi bambini. Il ballo più diffuso qui al nord, diventato famoso in tutto il Perù è: la Marinera. Ci godiamo questo spettacolo con molta attenzione e ammirazione per questi bravissimi futuri ballerini.

Andiamo a dormire molto presto. Al risveglio abbiamo già prenotato un’escursione che metterà a dura prova il nostro fisico: il trekking verso la Laguna 69, un paradiso imperdibile di questa stupefacente regione nel nord del Perù. Si partirà all’alba, io e Luisa abbiamo già fatto scorta di frutti secchi, acqua e le immancabili foglie di Coca per sentire meno la fatica che ci aspetta.

La guida andina ci terrorizza da subito. Comincia dicendoci che non è un’escursione facile, anzi in alcuni tratti è estrema, considerando l’aria rarefatta e il mal di altitudine (il famoso soroche delle Ande). La camminata, sin dall’ingresso al parco naturale del Huascaran – in piena cordigliera Bianca – deve durare 3 ore. Questo significa che in tre ore al massimo devi essere in cima alla cordigliera. Altrimenti -quasi come nello spazio penso io fantasticando -, inizia a farsi oscuro, i torrenti sparsi lungo tutto il cammino si ingrossano e lo sbalzo termico può giocarti bruttissimi scherzi.

4.650 metri di altitudine, una grande valle in tutte le gradazioni di verde immersa in uno scenario fantastico. Un’esplorazione costante tracciata da un bianco sentiero che ripercorre in salita tutto il fluire dei ruscelli. Terminando il percorso ti accoglie la vista impressionante di una piccola cascata proveniente dal ghiacciaio perenne del Chacraraju, alimentatore costante della turchese laguna. Se arrivi nel tempo stabilito, ci si può fermare circa un’ora per riposare, 60 tra i minuti più belli e catartici della mia vita.

Laguna 69

Sulla via del ritorno, trovo una delle tante cartoline che il Perù ormai da sempre mi dona generosamente. Si concludono quattro giorni di cammino e scoperta. Prima di ritornare nella megalopoli, lascio questo posto meraviglioso con la promessa di tornarci per osservare di notte, magari dal campo base, la nostra immensa galassia, “la via lattea” che da qui, puoi quasi percorrere con lo sguardo.

foto_Riccardo Specchia ©

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